Hanno scritto di lei

Carlo Micheli

"mostra personale Vania Eettra Tam "ConTAMinAzione" 2016 Palazzo della Ragione - Mantova

Realismo non significa riportare l’arte nella realtà. Significa trasportare la realtà nell’arte; non solo accettare le vicende della vita ma elevarle.
Laurence Olivier

Osservo la prima stesura di “contaminazione” e mi viene alla mente un parallelismo tra questa spolveratrice di capolavori e Charles Edouard Jeanneret, l’”allontanatore” di corvi. Ma sarà poi vero che Le Corbusier si fregiò di questo pseudonimo alludendo a colui che scacciava i corvi dalle dimore? E se sì, fu una scelta dettata dall’umiltà o dalla supponenza d’essere il salvatore dell’architettura, colui che la proteggeva dal guano dei gracchianti deturpatori alati? Di certo Vania, nel dipinto che dà il titolo a questa mostra, si è raffigurata come colf intenta a spolverare la camera picta, con una reale, doverosa professione d’umiltà. L’idea che nelle vesti di un’artista d’assalto sia intenta a rimuovere simbolicamente le ragnatele dall’arte del passato, va infatti contro la sua vis ironica anzi, precipuamente autoironica. Tam si inserisce nei propri dipinti per una scelta di responsabilità, per condividere le nevrosi dei suoi personaggi, per affermare la propria appartenenza alla categoria delle casalinghe frustrate, delle teledipendenti, delle compulsive frequentatrici dei supermercati, delle sognatrici da rotocalco, delle inguaribili credulone, delle guerriere della quotidianità.
E’ il suo un “armiamoci e partiamo”, mai un “armatevi e partite”. Prestare le proprie sembianze ai personaggi dei suoi quadri non ne fa un’eroina, ma una donna moltiplicata, capace di vivere profondamente tutte le esperienze del suo ruolo, scavando nel proprio io, rivelando sogni e bisogni, passioni, aspettative, delusioni, fragilità e determinazione. Si intuisce, in questo grande affresco artaudiano, in questo quotidiano teatro della crudeltà, che la protagonista è la donna nella sua complessità e non colei che presta la propria immagine per rendere più credibile la narrazione. Non ci sfiora neppure l’idea che vi sia una Vania/Barbie in cento versioni differenti: tutte le immagini riconducono ad un concetto molto più ampio, spersonalizzato, persino astratto, dove la casalinga, la sognatrice, la frustrata, la donna in carriera o la collaboratrice domestica altro non sono che la stessa donna, con le mille sfaccettature che le appartengono, una donna intrigante, ingenua e ammaliatrice, pudica e spudorata, un sunto variegato di femminilità. Come in un caleidoscopio impazzito le immagini si sdoppiano e si ricompongono, presentandoci infinite variabili, provocazioni ammiccanti e veniali, ingenue o sfacciate, calembour, giochi di parole, doppi sensi che si susseguono in un vortice irresistibile di contaminazioni con la letteratura, il cinema, i fumetti, l’arte rinascimentale, l’enigmistica, i rotocalchi.

L’everywoman di Vania Elettra Tam si aggrappa al sogno, alla fantasia, alla sensibilità, alle doti peculiari della donna, per sfuggire la monotonia del quotidiano: un asse da stiro diventa una tavola da surf con cui cavalcare onde vertiginose; grandi aspirazioni riaffiorano alla mente quando si impugna un aspirapolvere; la dama, con lo scopino, sostituisce degnamente l’ermellino; mentre la sagoma di un pollo sul pavimento proietta la nostra amica in un intrigante poliziesco, direttamente sulla scena del crimine. Non mancano le dame compassate e distanti (ma solo in apparenza) degli origami clitoridei, o le conturbanti sexy casalinghe di cronaca rosa, contornate da sex toys utilizzati nei modi più impropri, per fingere un’ingenuità ormai dimenticata. Anomalo appare il ciclo Kanon – regole ferree dove le dame rappresentate risultano intrappolate in strani meccanismi di tortura, che serrano loro bocca, occhi, naso con delle specie di cinture di castità per la testa, testimoni viventi della coercizionee della limitazione della personalità, dove l’ironia lascia il posto ad una critica sociale meno velata e sorridente rispetto agli altri cicli.
Ma come sempre, parlando di Vania Elettra Tam, ci si scorda di sottolinearne la bravura, le rare capacità grafiche, l’originalità del segno… E’ il destino di chi ha qualcosa da dire e lo sa esternare con la propria arte: alla fine vi è una simbiosi talmente perfetta tra ciò che si rappresenta e il come, che non ci si sofferma a valutare le singole componenti dell’opera, come dire che la parte grafica viene data per scontata in una rappresentazione che assomiglia ad una sceneggiatura, in opere visive che son di fatto racconti. In Vania è in atto uno scontro: è come se la mente sfidasse la mano a realizzare i propri pensieri più complessi e bizzarri, ma nessuno può dirsi vincitore, in una patta senza fine che è il dono più prezioso e la condanna meno gravosa per Vania.

Ivan Quaroni

scritto in occasione della mostra “Coexist. Eight different kind of fantastic art”
8 dicembre 2012 – 26 gennaio 2013 - E-lite studiogallery - Lecce

“…Una pittura Pop, di chiara ascendenza illustrativa, è quella di Vania Elettra Tam, che usa l’autoritratto come pretestuoso leit motive per indagare tic e ossessioni del femminino contemporaneo. L’artista ritrae i suoi alter ego impegnati in banali azioni quotidiane, come truccarsi, farsi il bagno o cucinare, proiettando sulle mura domestiche ombre fantastiche, che non collimano con i gesti e le movenze reali dei protagonisti. Vania Elettra Tam costruisce una narrazione ironica, che scorre parallelamente alle vicende rappresentate in primo piano, come una sorta d’ipertesto visivo. La sua è, dunque, una figurazione che mescola mimesi realistica e trasfigurazione fantastica, disseminando le immagini di dettagli indiziari, che suggeriscono una chiave d’interpretazione. È il caso dell’opera “lacrime di coccodrillo” dove, accanto alla figura della protagonista, compare un piccolo foglietto con la sequenza numerica di Fibonacci, un modello matematico usato per descrivere i ritmi di crescita e di riproduzione naturali…”

Alessandra Redaelli

"Disperate con brio. Ovvero, lo zen e l’arte della manutenzione della solitudine domestica" di Alessandra Redaelli
Testo critico scritto in occasione della mostra personale "Cronaca Rosa" - Wannabee Gallery - Milano

Quando qualche anno fa fu trasmessa per la prima volta la serie televisiva Desperate housewives, il pubblico lì per lì concentrò la propria attenzione sulle curve di Eva Longoria, sulle sue acrobazie nella vasca da bagno insieme al giardiniere diciassettenne e sul fatto (una notizia bomba, mamma mia! Quasi quanto l’invenzione della pillola anticoncezionale…) che le protagoniste fossero belle, sexy e desiderabili nonostante veleggiassero tutte intorno ai 40 anni. Ci volle qualche puntata perché con un brivido ci si rendesse conto di che cosa serpeggiava sotto l’eleganza patinata di Wisteria lane.
Perché al di là dei colpi di scena facili, di qualche omicidio, di un figlio che per punire la madre si fa trovare a letto con il suo amante (suo della madre, s’intende), fino a un tumore così ben portato da essere quasi glamour, c’è quella voce narrante, calda, tranquilla, suadente che, guarda caso, è quella della quinta casalinga, morta suicida nell’antefatto e mai nemmeno intravista dal pubblico.
E così, malgrado i sorrisi, alla fine di ogni puntata resta in bocca allo spettatore un retrogusto amarognolo. Come la sensazione di sentirsi scivolare anche lui in quelle sabbie mobili di convenzioni, segreti, bugie e soprattutto solitudine. Un mare di solitudine. Ecco, Vania Elettra Tam è un po’ così. E’ una filosofa del nostro tempo che con un tono leggero, quasi da talk show, riesce a dire cose davvero terribili. Condita di un’ironia sagace e crudele, e indagata con una lucidità di visione per certi versi ancora più spietata rispetto alla serie americana, è questa solitudine che si respira – affogata nel rosa – negli ultimi dipinti di Vania. Protagoniste, ancora una volta, le sue donne. Le sue donne nel 2004 cercavano di definire la propria identità montandosi pezzo per pezzo, nel 2007 si interrogavano sole, in case buie, appena illuminate dallo schermo di un computer o dalla fredda lampadina del frigorifero, poi nel 2008 hanno acceso la luce per scoprirsi prigioniere di cucine-trappola che le risucchiavano dentro elettrodomestici cannibali o di bagni che lasciavano loro solo lo spazio di un sogno ad occhi aperti mentre, in piedi nel bidet ad aspettare che la crema depilatoria facesse effetto, si trasformavano per qualche istante in veneri nascenti dalle acque.

Ora, con questa nuova serie, è come se le ragazze avessero fatto un altro passo avanti. Verso la liberta? Verrebbe da chiederselo. Io, malgrado tutto questo rosa, non ci giurerei… Quasi tutti i dettagli ambientali sono spariti. Resta solo la ragazza immersa nella sua fantasticheria. Può essere Cappuccetto Rosa che siede accanto al suo cestino pieno di detersivi e attrezzi per le pulizie (e a guardarla lì, con la guancia appoggiata alla mano, viene proprio da pensare che si sia fermata ad aspettare il lupo… d’altra parte cosa c’è meglio di un lupo per spezzare la monotonia…?), può essere una Serena Williams in grembiulino che improvvisa un servizio con uovo e padella, oppure può essere una Charlie’s Angel in tubino nero che guarda lo spettatore dritto negli occhi puntandogli contro un detergente rosa shocking.
Indiscutibilmente allegre – quando ridono con il vento tra i capelli afferrando un coperchio di pentola come un volante, e intanto i piedi pestano su tre spugnette abrasive – sfoggiano sorrisi che insinuano una sottile inquietudine, così in bilico come sono tra sfrontata autosufficienza e lucida follia. Perché quello che dovremmo tenere a mente è che queste cose le abbiamo fatte tutti. Sì, insomma, forse non ci siamo messi in piedi nel bidet pieno di schiuma viscida, rischiando di lasciarci l’osso del collo.
Ma, suvvia, chi non ha mai cantato davanti allo specchio del bagno vestita (o vestito, questa non è una mostra solo sulle donne… o non era ancora chiaro?) solo di un asciugamano! E da lì a tirare di fioretto con una schiumarola, puntando magari il gatto che ci guarda con le orecchie dritte, poco ci manca. E se non ci siamo sdraiati sull’asse da stiro come su una tavola da surf cullata dalle onde, è forse perché il nostro asse da stiro aveva l’aria un po’ pericolante e non eravamo proprio sicuri che fosse in grado di reggere il nostro peso… In fondo che male c’è? Che male c’è ad improvvisare un burlesque con un imbuto su un seno, per poi sfilarsi languidamente un paio di lunghi guanti di gomma? O a leccare la panna montata sulla punta della frusta, sognando un po’… Già, il sesso.
La grazia spudorata con cui Vania parla di sesso mi ricorda un po’ i primi romanzi di Erica Jong. Un’altra generazione, certo: tutto da imparare. Però nelle pagine di Paura di volare c’era una sincerità per certi versi commovente. Anche lì ci si metteva un po’ a trovarla – figuriamoci – dietro l’abbondanza di descrizioni anatomiche dettagliate senza pietà, di odori, sapori e immancabili risvolti psicanalitici dell’amplesso. Però la chiave di tutto era proprio la sincerità disarmante (e, diciamolo, era proprio quella che aveva messo a un sacco di gente una paura del diavolo…). E’ la stessa sincerità che fa dipingere a Vania – davanti ad un’Alice molto ma molto meravigliata – una strana specie di coniglio. Un coniglio rosa, senza orecchie, con due coniglietti che gli spuntano dai lati e dotato di un potente motore a pile… Un vibratore? Apriti cielo! E’ questa la pietra dello scandalo? La conferma tecnologica che la donna, volendo, potrebbe bastare a se stessa…? (… se non fosse così romantica da annegare i suoi sogni in un magma di glassa rosa).
La risposta non c’é. Vania non la dà. Da dentro i suoi dipinti, dove si autoritrae insieme alle amiche più care, oppure da fuori, con i suoi occhioni spalancati sul mondo e quella sua aria da Trilli che ogni tanto ti costringe a guardare se sotto le scarpine rosa tocca davvero il terreno o se, come sembra, si libra qualche centimetro più su, osserva tutto quanto con un sorriso indecifrabile stampato sul viso. Insomma, se il suo sventolante vessillo rosa sia la bandiera di una solitudine disperata o di una libertà affermata sta a noi deciderlo. Una cosa è certa, però: tristi o felici le pink ladies sanno il fatto loro. Guardiamo il video: l’aria distratta, la cucina disseminata di attrezzi per fare una torta, la ragazza si aggira con una ciotola dove galleggiano delle uova. Poi allunga la mano, guardando altrove afferra un oggetto e comincia a mescolare. Solo dopo un po’ aggrotta la fronte, solleva il frullino e… eccolo lì! Il coniglio di Alice! Lei lo guarda qualche istante un po’ perplessa, poi, decisa, assaggia. Mmm… a me non la conta giusta. Secondo me lo sapeva già, dai… E che cosa ci facesse il coniglietto dimenticato in cucina, be’, scopriamocelo da soli…